Songs of Wandering – Intervista ad Anne Haasch

Diana Castelnuovo-Tedesco / News /
Recording by Anne Haasch of Castelnuovo-Tedesco's guitar music

The Divan of Moses-ibn-Ezra, interpretato dalla chitarrista tedesca Anne Haasch insieme al mezzosoprano francese Natalie Perez, è il cuore del nuovo CD Songs of Wandering (Genuin). Rimasta molto colpita dagli incontri con i sopravvissuti alla persecuzione nazi-fascista, Anne stabilisce un legame profondo con le opere chitarristiche di Castelnuovo-Tedesco — e in particolare con la sua interpretazione del ciclo dei versi del poeta ebreo medievale in esilio Moses ibn Ezra. Anne ha gentilmente concesso di raccontarci come è nato il progetto, e della sua collaborazione con Natalie Perez e di che cosa significano per lei le Songs of Wandering.

Intervista ad Anne Haasch a cura di Diana Castelnuovo-Tedesco – Giugno 2025

Anne, per cominciare raccontaci un po’ di te e del tuo percorso musicale.

Cara Diana, innanzitutto, grazie di cuore dell’opportunità di partecipare a questa intervista e del tuo interesse al mio progetto.

Ho studiato chitarra a Weimar e sono sempre stata interessata al contesto storico e personale che ha ispirato le opere. Sono sempre alla ricerca di opere meno conosciute e cerco di identificare un filo conduttore tra diverse opere oppure di presentare accostamenti inaspettati nei miei concerti. Desidero non solo suonare musica ma anche far comprendere al pubblico il contesto, il tempo e il luogo della creazione delle opere. Insegno da tanti anni; oltre ad altre competenze importanti, cerco sempre di condividere queste mie opinioni sulla drammaturgia e la curatela.

Sono venuta a conoscenza della musica di Castelnuovo-Tedesco quando ero ancora adolescente e ne sono stata immediatamente incantata. Da quel momento, una predilezione speciale per la musica di tuo nonno e dei suoi contemporanei Manuel Maria Ponce, Alexandre Tansman, Roberto Gerhard, Darius Milhaud, Antonio José mi ha sempre accompagnato. 

Nel librettino del tuo CD, hai scritto che l’esperienza di avere incontrato alcuni sopravvissuti dell’Olocausto al Festival “Musica Ostracizzata” è stato un momento determinante per te. Chi hai incontrato in questa occasione, e qual è stato l’impatto su di te?

Nel 2010 ho partecipato a un concorso di musica ostracizzata a Schwerin. Ho trovato questo convegno solo per caso e subito l’idea mi ha entusiasmata perché si trattava di repertorio specifico; inoltre, non era solo un concorso di chitarra, si trattava di un concorso di musica. A quei tempi avevo già alcuni dei Caprichos de Goya nel mio repertorio, oltre alla Fantasia di Roberto Gerhard e alcune opere di Alexandre Tansman. Allora ho partecipato al concorso e mi sono trovata seduta nella sala della giuria di fronte ad alcuni sopravvissuti della Shoah tra cui Anita Lasker-Wallfisch, Walter Arlen, Coco Schumann e le figlie di Alexandre Tansman. A quel tempo, avevo già letto le memorie di Lasker-Wallfisch che raccontavano dell’orchestra delle ragazze ad Auschwitz ed ne ero stata profondamente colpita. Onestamente, ero rimasta senza parole dall’esperienza di incontrare questi testimoni di quel tempo. Ho provato sentimenti diversi. Negli anni seguenti, ho avuto anche l’occasione di incontrare il rabbino  William Wolff ed Esther Béjarano

La storia e i crimini del nazismo sono molto presenti nel sistema scolastico in Germania: si visitano i centri del concentramento, ma aver l’esperienza di sedersi davanti ai testimoni di quel periodo, di vedere un numero tatuato su un braccio, di ascoltare le storie di fuga, o semplicemente di sentire Walter Arlen raccontare che Castelnuovo-Tedesco era stato un suo caro amico. Tutto questo mi ha permesso di creare un legame tra la creazione della musica e il mio lavoro artistico. Questa esperienza, così rara per la mia generazione, mi ha riempito di gratitudine e umiltà profonde. 

Da quel momento, la musica ostracizzata fa sempre parte del mio percorso musicale.  Oltre alla registrazione del Divan sul mio nuovo CD, di recente ho eseguito opere di Ruth Schöntal, Hanns Eisler, Norbert Glanzberg, Ilse Weber, Fritz Lettow e altri insieme al tenore Julian Prégardien  sia a Weimar che a Berlino a un nuovo festival che si chiama Liedstadt, incentrato alla musica ostracizzata e sulla cultura del ricordo.

A quel punto è entrata nel tuo mondo la musica di Castelnuovo-Tedesco e il Divan in particolare? Cosa ti ha ispirato a dedicare un intero CD alla musica di Mario?

Poiché Mario Castelnuovo-Tedesco è uno dei compositori per musica per chitarra più importanti e prolifici, di certo io e tutti noi chitarristi lo conosciamo. Fin dall’adolescenza ho ascoltato tante volte le sue opere sia nei concerti che sui CD. Mi sono sempre piaciuti il suo linguaggio tonale, il contrappunto molto particolare, l’umorismo e l’ironia che trovo, oltre al suo dono di concepire ottime frasi e evocare sentimenti melanconici. 

Durante gli studi sono stata particolarmente colpita dai Capricci di Goya, le Variazioni attraverso i secoli op. 71, la musica per due chitarre e la Sonatina per flauto e chitarra, op. 205. Tre anni fa, mi sono immersa nel diciottesimo Capriccio. Ho sempre sognato di poterlo suonare. È stata una sfida enorme: la musica è bellissima ma anche molto impegnativa.  Avevo ascoltato il Divan in una vecchia registrazione all’inizio dei miei studi, poi ne ho perso le tracce. È un’opera meravigliosa, ma fino a tempi recenti, c’erano solo poche registrazioni e si ascoltava in concerti solo di rado. Tre anni fa ho studiato il Quintetto op. 143 e ho vinto una borsa di studio per continuare i miei studi delle opere di Castelnuovo-Tedesco. Adoro il genere del Lied, quindi sono tornata al Divan, ho ottenuto lo spartito e l’ho studiato. Più lo studiavo, più entusiasta divenivo.  A questo punto mi sono resa conto che questo ciclo di poesie, scritto da un anziano poeta di Granada che ha dovuto fuggire la sua terra natale, è forse l’opera più personale di Castelnuovo-Tedesco. Il compositore aveva antenati spagnoli. Inoltre il Divan mi sembrava un grande e intimo dialogo tra due anziani attraverso i secoli: un dialogo sull’amicizia, l’amore, la morte, la perdita della propria casa, l’esilio, l’eterno smarrimento, ciò che si lascia alla prossima generazione e che cosa rimane. È proprio questo che volevo catturare. C’erano alcuni aspetti delle registrazioni esistenti che non mi soddisfacevano completamente, per esempio la chiarezza dei testi. Il ciclo è estremamente impegnativo per la cantante perché deve cantare costantemente nella zona del passaggio. Con Natalie Perez, abbiamo affrontato il problema abbassando l’accordatura della chitarra a un diapason quasi storico, il che ha reso il testo molto più intelligibile e presente.

Fin dall’inizio è stato chiaro che si dovrebbe includere nel CD sia le Variazioni op. 71,  anche questo un viaggio nel tempo e, in un certo senso, un racconto profetico dell’esilio del compositore, che il Capriccio n. 18, il quale racconta Il sonno della ragione di Goya e gli abissi che ne risultarono, che mi sembra come un percorso al Divan.

Come vi siete conosciute tu e Natalie Perez e come avete deciso di collaborare su questo progetto?

Ho conosciuto Natalie a un concerto a Weimar nel 2022. Ha cantato l’Italienisches Liederbuch di Hugo Wolf insieme ad alcuni colleghi, e ci siamo conosciute dopo il concerto. Ci siamo trovate subito in sintonia, e mi ha detto che desiderava fare un progetto con la chitarra. Aveva già avuto alcune esperienze con la musica antica, che includeva strumenti a pizzico storici. Inoltre sapeva molto sulle caratteristiche speciali della chitarra rispetto al pianoforte. In quel momento avevo in mano una copia del Divan, e le ho mandato lo spartito. Natalie era abbastanza pazza ad aver accettato di intraprendere a questo percorso musicale assieme. Ho viaggiato in Francia dove abbiamo lavorato insieme, e anche Natalie ha cominciato ad adorare questa musica.  Aveva studiato a Londra e quindi parla perfettamente l’inglese senza neanche l’accento straniero. Questa è stato un’assoluta manna dal cielo per far capire questi testi non facili affatto, e naturalmente, per poterli cantare.

Siete due donne con la maggior parte della vita artistica davanti a voi. Come avete affrontato la sfida di capire e di interpretare l’atteggiamento e le emozioni di Moses ibn Ezra e di Mario Castelnuovo-Tedesco, due uomini esiliati alla fine della loro vita?

È una domanda difficile. Sono cresciuta al riparo e al sicuro, e penso che sia stato lo stesso per Natalie. La guerra, la fuga, l’espulsione, e le difficoltà esistenziali non sono mai state presenti nelle nostre vite. Visto da questo punto di vista, una persona non può mai riuscire a mettersi nei panni di persone come ibn Ezra o Castelnuovo-Tedesco. Conoscevamo bene la storia e la musica ostracizzata ed eravamo aperte e appassionate al bisogno di capire l’atteggiamento tramite la musica e le emozioni evocate. A mio parere, una certa distanza può essere una cosa positiva. Inoltre, siamo entrambe artiste; Natalie, una cantante di opera lirica, è abituata a creare un’atmosfera particolare o a mettersi nei panni di un altro. Desideravamo anche offrire una prospettiva esterna, diciamo, a questo dialogo speciale tra due anziani. Ci sono anche canzoni nel ciclo che non sarebbero state scritte al giorno d’oggi: per esempio, si paragonava il mondo a una donna impazzita…Noi abbiamo affrontato questa canzone con molta ironia. Inoltre, il ciclo si rivolge solo ai figli e mai alle figlie. Tuttavia noi possiamo contestualizzare questo e portarlo nella vita di oggi. Poi, il ciclo assume un’attualità spaventosa che purtroppo descrive anche la situazione del nostro mondo attuale. 

Quale impatto ha avuto su di te l’esperienza di studiare e eseguire la musica di Castelnuovo-Tedesco, e il Divan in particolare?

Innanzitutto, mi fa sempre piacere ascoltare la musica di Castelnuovo-Tedesco. Apprezzo molto le sue narrazioni musicali. Conosco bene la sua musica, e mi piace molto la sfida che richiede suonare i brani così complessi.  Ho l’impressione che, nei concerti, gli ascoltatori si innamorino immediatamente della musica di Castelnuovo-Tedesco, se ben eseguita. La trovo facile da capire, nonostante non conosca bene il repertorio chitarristico. A mio parere Tedesco era molto bravo a comunicare con gli altri, altrimenti non avrebbe avuto così tanto successo né come compositore di musica cinematografica né come insegnante. E suppongo che questo approccio sia simile al mio. Questa musica è profondamente umana, enfatica, mai stravagante ma virtuosa e sempre profonda, con un pizzico di umorismo. 

Come ho già accennato, ho avuto la fortuna di conoscere Walter Arlen, un carissimo amico di Castelnuovo-Tedesco. Era nel 2010, ma mi ricordo benissimo il suo sorriso e la grande gioia di vivere. Nonostante tutte le cose brutte che gli erano successe, non si era mai inasprito. Quando vedo le foto di Castelnuovo-Tedesco, c’e sempre un sorriso affettuoso, umile, grato e in qualche modo melanconico.  

Margot Friedländer è mancata di recente. Ci ha lasciato un messaggio chiarissimo: “Essere umani. Essere ragionevoli.” Fare musica è un’azione profondamente umana: è un bisogno fondamentale. Avere la possibilità di guadagnarsi la vita in questo campo è davvero un privilegio. Per me è sempre legato al compito di mediazione, sia come insegnante e sia sul palcoscenico come interlocutore tra il compositore e il pubblico. ll mio obiettivo è quello di creare un ambiente che incoraggi il dialogo, che coinvolga gli altri, che li sfidi, e che naturalmente li consoli. 

Compositori come Castelnuovo-Tedesco, il quale scrisse un ciclo come il Divan, che è anche un’opera che affronta temi politici, mi ricordano ogni giorno che tutti noi possiamo dare piccoli contributi per creare un mondo un po’ più pacifico e comprensivo. 

Grazie, Anne, per aver condiviso con noi la tua passione per questa musica. Ho apprezzato in modo particolare come tu e Natalie avete scelto di valorizzare il percorso umano di Mario, creando così un legame molto autentico con le sue opere. Complimenti per aver portato a compimento un progetto così impegnativo e sentito.